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Decreto Ingiuntivo

Decreto Ingiuntivo emesso ex art. 50 T.U.L.B. : motivi di opposizione

L’ingiunzione di pagamento per le poste debitorie rivenienti da rapporti di apertura di credito in conto corrente (art. 1842 cc), più nota come affidamento o fido bancario, è lo strumento costantemente utilizzato dalle banche per ottenere il pagamento di tali crediti.

Ovviamente, per fondare una opposizione a D.I. (art. 645 c.p.c.) in maniera efficace, occorre redigere una relazione tecnica-contabile la quale attesti che le somme ingiunte non corrispondono al vero.

L’elemento cardine, sul quale tutte le ingiunzioni si fondano è offerto dal D.lgs 385/93, più noto come Testo Unico sulla Legge Bancaria, e più precisamente dall’art. 50 D.lgs 385/93.

Tale norma, offre la possibilità alla Banca d’Italia ed alle banche, di chiedere ed ottenere ingiunzione di pagamento ex art. 633 c.p.c. sulla base dell’estratto conto “certificato” conforme alle scritture contabili tenute dalla banca istante.
La “certificazione” è effettuata da “uno dei dirigenti” della banca, il quale dichiara altresì, sotto la propria responsabilità, che il credito per il quale si procede è “vero e liquido”.

Al riguardo la prima importante considerazione da formulare è che l’art. 50 T.U.L.B. integra il requisito di “prova scritta” ai sensi dell’art. 633 comma 1, n° 1) c.p.c., proprio, in virtù dell’espresso richiamo operato dallo stesso art. 50 T.U.L.B.. Invero, la formulazione della norma in parola, consente di equiparare l’ “estratto conto” alle diverse fattispecie di “prova scritta” espressamente elencate agli art. 634, 635, 636, 642 c.p.c. . Dunque, l’art. 50 T.U.B. introduce una fattispecie nuova ed autonoma rispetto a quelle considerate dal c.p.c, derogando in tal modo, al generale principio della non invocabilità a proprio favore del documento redatto da una della parti.

Tanto, assume particolare rilevo in ragione del fatto che le “prove scritte” considerate nella richiamata normativa codicistica sono generalmente poste in essere con la partecipazione al procedimento di formazione di un soggetto in posizione di terzietà. Questo, è utile a garantire quel minimo di controllo presupposto al procedimento sommario. Evidentemente, tale circostanza non si verifica per quanto concerne l’estratto conto ex art. 50 T.U.B., infatti, tale norma demanda alla stessa banca istante, che com’è evidente diviene arbitro di se stessa, poiché “controllore” e “controllato”, l’accertamento in ordine alla sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge.

Alla luce di tali premesse, è ovvio che nella fase di cognizione, conseguente all’opposizione, l’accertamento deve essere volto a dimostrare, l’infondatezza della pretesa creditoria azionata.
La via più giusta per pervenire a tale conclusione consiste, nel verificare che siano state rispettate tutte le condizioni di legge nel procedimento di calcolo del saldo dare/avere determinato dalla banca.

Ovviamente, operare siffatte verifiche e quindi offrire la dimostrazione obbiettiva e puntuale in ordine alla non rispondenza al “vero” del credito azionato, non è certamente cosa agevole.

Tanto perché, spesso tali poste debitorie rivengono da rapporti di lunga, ove non lunghissima, durata, che per forza di cose considerano una mole ingentissima di dati. Questo, evidentemente, costituisce un altro punto di forza per la banca, poiché rende particolarmente difficoltoso per il correntista operare tutti i controlli del caso e quindi opporsi al D.I. contestando le somme ingiunte.

Tuttavia, pur non sottacendo la necessità di un esame approfondito e piuttosto analitico delle scritture contabili “certificate” dalla banca, si deve dire che già ad un sommario esame, è evidente la non rispondenza al “vero” del credito, o presunto tale, vantato dalla banca.

Tra gli elementi che contribuiscono a dimostare quanto appena affermato, vi è certamente l’ anatocismo, fenomeno di fatto praticato, sebbene espressamente vietato dalla inderogabile (poichè coperta da riserva di legge) previsione codicistica (Art. 1283 cc). Indubbiamente, la capitalizzazione degli interessi inficia i saldi dare-avere tra le parti, pregiudicando piuttosto seriamente la veridicità dei risultati offerti dalla banca nell’estratto di conto ex art. 50 T.U.L.B. .
Tuttavia al fine di prevenire tale contestazione, che come anticipato è quella più semplice da operare, le banche si attrezzano allegando al ricorso per decreto ingiuntivo, un calcolo di anatocismo volto ad epurare, in misura minima, il saldo esposto dalla banca dagli interessi capitalizzati.

Pertanto alla luce di tale ultima considerazione, la verifica circa la rispondenza a verità del credito, o presunto tale, non può non riguardare tutti gli elementi che nell’ambito di un rapporto di apertura di credito (Artt. 1842 cc e ss.) contribuiscono a generare effettivamente il saldo dare-avere tra le parti.

Tali elementi sono molteplici, e devono essere tutti regolati, per iscritto a pena di nullità (Art. 117 co. 1 e 126 T.U.L.B.), nei contratti bancari convenzioni, tempo per tempo, sottoscritte dalle parti. A tale riguardo il comma 1 dell’art. 117 T.U.L.B. dispone che “i contratti sono redatti per iscritto ed una copia è consegnata al cliente”, così come l’art. 126 T.U.L.B. dispone che “I contratti con i quali le banche o gli intermediari finanziari concedono a un consumatore un’apertura di credito in conto corrente non connessa all’uso di una carta di credito contengono, a pena di nullità, le seguenti indicazioni: […]”.

Com’è evidente dalla lettura delle su richiamate norme (artt. 117 e 126 T.U.L.B.), la forma scritta, riguardo alle condizioni e termini da considerare ai fini della regolamentazione di rapporti di conto corrente e di apertura di credito (affidamento, fido in conto corrente), è richiesta a pena di nullità.

Pertanto, nel giudizio di merito che segue la fase di opposizione a decreto ingiuntivo, è indispensabile operare tutti i predetti controlli, certamente confutare in maniera oggettiva ed evidente l’attendibilità dell’estratto di conto e del saldo dare/avere in esso riportato, posto a fondamento dell’ingiunzione.
Tanto, vale non solo ad ottenere la revoca dell’ingiunzione, ma anche a chiedere la rideterminazione dei saldi dare/avere tra le parti nel rispetto della normativa bancaria e codicistica, riducendo o addirittura cancellando le pretese creditorie operate dalla banca.
Per tali motivi, è indispensabile effettuare i controlli su ogni singolo elemento suscettibile di incidere sulla determinazione del saldo dare/avere finale, e non vi è chi non veda, che il saldo determinato dalla banca senza considerare le norme all’uopo definite, non è e non può essere “vero”.

Al riguardo è opportuno chiarire ulteriormente quanto innanzi mediante un esempio banale ma efficace, e quindi. è di tutta evidenza che laddove la banca abbia ingiunto il pagamento di somme rivenienti da un conto per il quale il saldo dare/avere, sia stato determinato considerando gli interessi nominali (riportati in estratto conto), in assenza di pattuizione e specifica autorizzazione in tal senso, il saldo così ottenuto non è né può essere considerato “vero”.

In conclusione, è non solo opportuno, ma doveroso, verificare che le somme ingiunte dalla banca siano effettivamente dovute, poiché, come si è cercato di dimostrare in questa sede, la dichiarazione ex art. 50 T.U.B. non è inconfutabile e non cristallizza alcuna situazione contabile. Al contrario, poiché tale documento costituisce solo la prova utile ad ottenere un provvedimento sommario, è necessario verificarne l’attendibilità e contestarne la veridicità.

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