Le differenze tra Conto Corrente e Apertura di Credito

In mancanza di contratti validi, molto spesso gli istituti di credito presentano come prova documentale i contratti di conto corrente di deposito che, come vedremo, non sono utili a sostituire un contratto di apertura di credito.

Durante il contenzioso con la banca un ruolo fondamentale è dato dalla prova documentale, ovvero la documentazione consegnata al Giudice che attesti le proprie ragioni.

 

I contratti costituiscono una parte fondamentale della prova documentale poiché, qualora non siano validamente pattuiti o non vengano presentati come prova documentale, sarà possibile contestare tutte le competenze addebitate (interessi, commissioni e spese).

 

Tuttavia, in mancanza di contratti validi, molto spesso gli istituti di credito presentano come prova documentale i contratti di conto corrente di deposito che, come vedremo, non sono utili a sostituire un contratto di apertura di credito.

Vediamo il perchè.

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Il conto corrente (art. 1823 cc) è lo strumento mediante il quale vengono contabilizzati il Deposito (art. 1834 cc) e l’Apertura di Credito (art. 1842 cc).

 

Con il Deposito il cliente affida alla banca somme di sua proprietà e questa annota in conto poste a credito per il cliente/depositante.

 

Al contrario con l’Apertura di Credito è la banca a concedere una somma di denaro al cliente che provvederà a restituire il capitale preso in prestito mediante versamenti.

 

È quindi evidente che nell’ambito del rapporto di credito, il cliente preleva “capitali” di esclusiva proprietà della banca corrispondendo interessi, commissioni e spese.

 

Invece, nel rapporto di Deposito non vi è mai un prelievo di capitale da parte del cliente, poiché è quest’ultimo a depositare presso la banca le proprie disponibilità liquide.

 

Alla luce delle su esposte ragioni è evidente che in assenza di un contratto di apertura di credito pienamente valido ed efficace,  gli interessi, le commissioni e le spese non trovano riscontro in un contratto scritto e pertanto non sono dovuti.

 

Tuttavia è innegabile la circostanza secondo la quale il cliente che ha goduto di capitali di esclusiva proprietà della banca, remuneri quest’ultima.

 

Bisognerà pertanto ricalcolare gli interessi, le commisisoni e le spese secondo l’art. 117 T.U.B. (Testo Unico Bancario) e quindi a tassi più vantaggiosi (per il correntista) rispetto ai tassi applicati dall’istituto di credito.

 

Tale norma, ha una duplice funzione:

  • garantire alla banca una remunerazione a fronte dell’attività di erogazione del credito;
  • sanzionare la banca in conseguenza della mancata convenzione scritta.

 

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