Da un saldo a debito di € 501’322,02 ad un saldo a credito a favore del correntista di € 155’830,58.

Ecco la Sentenza del Tribunale di Isernia n° 119 del 23 marzo 2021

Oltre ad affrontare i consueti temi relativi ad Anatocismo, usura bancaria, tassi ultralegali, CMS non validamente pattuite e prescrizione delle competenze ultradecennali, la Sentenza 119/21 del Tribunale di Isernia risolve in maniera del tutto innovativa la questione inerente la possibilità per il correntista di impugnare il rapporto di apertura di credito in conto corrente in pendenza di rapporto, quindi con il conto ancora aperto.

Conto aperto e ammissibilità della contestazione

Il tema della impugnabilità del conto aperto è di estrema attualità, poiché riguarda gran parte delle controversie nelle quali è stato il correntista a contestare addebiti illegittimi, in costanza di rapporto chiedendone la ripetizione.
La questione è, per certi versi, figlia della pronuncia a SU 24418/10 in tema di prescrizione. Infatti nel 2013 con Sentenza n° 798 la III Sezione Civile della Corte di Cassazione ponendosi sulla scia delle richiamate Sezioni Unite precisa che “di pagamento, nella descritta situazione, potrà dunque parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi interessi non dovuti e, perciò, da restituire se corrisposti dal cliente all’atto della chiusura del conto”.
A tale pronuncia si allineano immediatamente numerosi tribunali di merito, alcuni dei quali richiamati nella pronuncia in commento, che, dapprima, interpretano l’eccezione di inamissibilità della domanda in maniera molto rigorosa, ritenendo che la pendenza di rapporto comporta l’inammissibilità ed improponibilità di ogni domanda di ripetizione (cfr ex multis Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sentenza n. 2993 del 13.09.2016 Dott.ssa Maria Ausilia Sabatino).
Tuttavia, tale restrittivo indirizzo, secondo il Tribunale di Isernia è basato su considerazioni non condivisibili. “La chiusura del conto corrente non costituisce infatti condizione di ammissibilità o presupposto procedurale, cui sia subordinata l’esperibilità della domanda, ma costituisce presupposto sostanziale del diritto alla ripetizione, e, quindi, condizione dell’azione, con la conseguenza che è sufficiente accertarne l’esistenza al momento della pronuncia sul merito della domanda” (Cfr. sentenza in commento) .
Tale principio si allinea a diversi provvedimenti della Suprema Corte (cfr ex multis Ordinanza n. 21646 del 5 settembre 2018) che ammette la possibilità per il correntista di poter agire anche se il conto è aperto senza che ciò comporti inammissibilità della domanda. In tal caso, l’azione è idonea a far valere le nullità contrattuali allo scopo di depurare il rapporto, e quindi il saldo da esso prodotto, degli addebiti illegittimi. Tuttavia, una simile azione comporta solo ed esclusivamente la rettifica del saldo, ma non anche la ripetizione dell’indebito.

Sentenza di accertamento o di condanna?

Dunque, essendo ammissibile un’azione di mero accertamento in pendenza di rapporto la sentenza, conseguente alla contestazione, ha valore meramente dichiarativo e non di condanna.

Resta da verificare se vi sia spazio per una pronuncia di condanna della banca alla rettifica del saldo di conto corrente. Parte della giurisprudenza di merito nega questa possibilità ritenendo che nella domanda di ripetizione è impossibile ricomprendere la domanda di condanna della banca alla rettifica del conto, atteso che la prima comporta la condanna ad un “dare”, la seconda ad un “avere”.

Ebbene, è qui la portata innovativa della Sentenza in commento. Infatti, secondo il Tribunale nei casi in cui venga proposta una domanda di ripetizione dell’indebito relativamente ad un conto corrente ancora attivo ed emerga la sussistenza di versamenti in conto corrente “illegittimamente appostati negativamente dalla Banca per aver illegittimamente determinato il saldo, in virtù di condizioni contrattuali illegittime, possa ritenersi insita, in una tale domanda, altresì una domanda di rideterminazione del saldo di conto corrente, sicché il giudice nel pronunciare la condanna della banca alla rideterminazione del saldo non incorra nel vizio di ultrapetizione” (Cfr. sentenza in commento).

In costanza di rapporto manca un pagamento ripetibile perché non è stato ancora effettuato attesa la mancata chiusura del conto, pertanto l’interesse del correntista è che si accerti, prima della chiusura del conto, la nullità o validità delle clausole relative agli interessi ed alle commissioni, l’esistenza o meno di addebiti illegittimi operati in proprio danno e, da ultimo, l’entità del saldo (parziale) ricalcolato, depurato delle appostazioni che non potevano avere luogo. Tale interesse rileva, sul piano pratico, almeno in tre direzioni: quella della esclusione, per il futuro, di annotazioni illegittime; quella del ripristino, da parte del correntista, di una maggiore estensione dell’affidamento a lui concesso, siccome eroso da addebiti contra legem; quella della riduzione dell’importo che la banca, una volta rielaborato il saldo, potrà pretendere a seguito della cessazione del rapporto

Sulla base di tali motivazioni il Tribunale condanna la banca a rettificare il saldo del conto in euro 155.830,58 a credito del correntista in luogo di euro 501.322,02 a suo debito secondo le risultanze della CTU predisposta dal Dott. Ciriaco Sassi.

Conclusioni

La sentenza in commento offre una nuova ed interessante prospettiva relativamente alla possibilità di ottenere una pronuncia di condanna alla rettifica del saldo relativamente alle controversie instaurate in costanza di rapporto, tanto apre nuovi scenari, che sembravano difficilmente perseguibili. Infatti, se è vero che il correntista non può ripetere l’indebito, atteso che il versamento dello stesso non ha avuto luogo, è altresì vero che la sentenza di condanna pone in capo alla banca un obbligo di fare, nello specifico di rettificare il saldo illegittimo, secondo la ricostruzione contabile emersa in giudizio.

Tale obbligo si traduce nella disponibilità immediata di fondi sul conto corrente, che possono essere utilizzati dal correntista e, se la ricostruzione del saldo porta ad un credito del correntista, come avviene nella fattispecie in commento, è del tutto evidente la possibilità per quest’ultimo di prelevare le somme depositate sul conto corrente.

Avv. Carmen Andriani

Dott. Francesco Leo

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