Usura

Il divieto canonico dell’usura, esteso almeno nei primi secoli ad ogni forma d’interesse del denaro, se non ha impedito totalmente questa forma di attività, imposta da bisogni ineluttabili, ha creato attorno ad essa un’atmosfera di avversione per cui è molto probabile che in nessuno degli stati cristiani si volesse assegnarle un carattere di liceità, fissando un tasso legale dell’interesse. Nell’economia naturale che predomina dopo il sec. VIII non mancano tuttavia i ricordi di mutui e di un vero e proprio esercizio dell’usura collegata, per quanto almeno se ne sa, con la produzione agricola.

Nell’età carolingia si parla di mutui di cereali che, in momenti di carestia, un usuraio fa a un agricoltore che ne sia rimasto sprovvisto, fissandone il valore in denaro al prezzo corrente del grano. Al momento del raccolto, il mutuatario potrà restituire l’equivalente di quella somma in natura; e poiché nel frattempo il prezzo del grano sarà disceso della metà o dei due terzi, egli restituirà una quantità di grano due o tre volte maggiore di quella che ha ricevuta, cioè, per un mutuo che in apparenza è gratuito, pagherà, dopo pochi mesi, un interesse del 100% o del 200%. Un’altra forma di mutuo gratuito, in cui realmente si corrisponde un intereresse rilevante, è quella, derivata da un istituto romano, per la quale il mutuante gode i frutti della terra che dal mutuatario gli è data in pegno.

In altri casi infine il mutuatario doveva corrispondere al suo creditore un certo numero di prestazioni d’opera a titolo d’interesse. Ma accanto a questa forma di prestiti legati all’economia agraria non dovette mancare l’esercizio professionale del prestito a usura sia per scopi di consumo, sia per scopi commerciali o per necessità politiche e militari; e quest’esercizio dovè essere monopolizzato in occidente dai mercanti orientali, siri ed ebrei, (più tardi anche dagl’italiani) i soli cioè che avessero disponibilità di denaro, pratica degli affari e audacia di speculatori e che, per la loro qualità di stranieri, fossero meno vincolati dalle leggi ecclesiastiche e civili. Per questi mutui in denaro sembra che l’interesse abituale e in certo senso legale (dato che la memoria è conservata in un famoso formulario notarile) fosse del 33% all’anno. La forma del mutuo con godimento del pegno da parte del mutuante che s’incontra nell’età carolingia, si ritrova in un documento veneziano del 1025, dove però, oltre al godimento della vigna in pegno, il mutuante si riserva un interesse del 20% (de quinque sex ad annum) Invece in altro documento veneziano di pochi decenni più tardi (1089) s’incontra come abituale, forse attraverso la tradizione bizantina, la vecchia centesima romana (l’1% al mese, secundum usum patriae nostrae Ma nel sec. XII e anche più del XII, si è entrati ormai, almeno nelle città marittime e in tutti i maggiori centri commerciali dell’occidente, in un’età in cui il denaro e gli scambi, hanno assunto un’ intensità ed un’importanza del tutto nuove, e non si possono svolgere senza un largo e continuo ricorso al credito. Prima che la dottrina si adatti alle necessità nuove, e riconosca la legittimità dell’interesse almeno nei casi del “lucro cessante”, del “danno emergente” e del “rischio”, la pratica e la stessa legislazione avevano fatto molta strada, e sebbene mantenessero quasi dovunque immutato il divieto generico dell’usura, non solo riconoscevano, in moltissimi casi, la legittimità dell’interesse, spesso anche molto elevato, ma arrivavano spesso a determinarne il tasso.

Il riconoscimento ufficiale della legittimità dell’interesse s’incontra soprattutto nel debito pubblico, che dal sec. XII in poi prende uno sviluppo sempre maggiore; nei piccoli prestiti, che si possono chiamare di consumo, e per cui in moltissime città non solo si permettono, ma si istituiscono d’iniziativa dell’autorità locale pubblici banchi di prestito, affidati a pubblici usuraii o feneratores; e finalmente in tutte quelle forme di credito, che si possono riassumere sotto il nome “di credito commerciale”, e in cui l’elemento predominante è costituito dal rischio. Per il debito pubblico prima che si arrivi, dove si può arrivare alla forma dei prestiti obbligatori, o – comunque – del debito unificato e consolidato, a cui si corrisponde un modico interesse, per lo più del 5%, principi e città sono costretti a contare sui mutui volontari, per i quali devono pagare interessi assai più elevati e che variano spesso, a seconda delle condizioni del mercato e del tasso praticato dai prestatori di denaro più accreditati. Indubbiamente altissimo doveva essere l’interesse che i sovrani d’Inghilterra, di Francia, di Borgogna corrispondevano secolo XIII e XIV ai mercanti italiani; ma convertito, com’era almeno per buona parte, in concessioni di licenze d’esportazione, in appalti di dazi o in altre forme di privilegi, non è facile determinarne, nemmeno approssimativamente, il livello. Per i maggiori comuni invece, nei quali la maggior abbondanza di danaro e la sua più rapida circolazione contribuivano ad abbassarne il costo, e in cui la ricerca e la stipulazione dei mutui e la misura dell’interesse che si corrisponde per essi, sono spesso oggetto di pubbliche deliberazioni, il tasso è assai più modesto, e varia per lo più dal 6% al 15%, ma è soggetto a frequenti e rapide oscillazioni: a Venezia, ad esempio, nel 1285 si contrae un mutuo all’interesse dell’8% come esigono in sua statione i banchieri Bollani; tre anni dopo non essendo possibile trovare un mutuo al 10%, si autorizza la Camera del frumento a pagare l’interesse del 12% ai suoi creditori. Nei piccoli comuni, invece, di carattere prevalentemente rurale, dov’è necessario ricorrere a prestatori forestieri di professione, il tasso d’interesse raggiunge livelli assai più alti. Per lo più del 30% all’anno.

Ma i casi più frequenti di determinazione ufficiale del tasso dì interesse riguardano l’esercizio autorizzato del piccolo prestito non tanto nei grandi centri mercantili, dove le occasioni di trovar denaro a prestito erano facili e frequenti, quanto nei comuni minori e negli stati in cui è ancora poco sviluppato il commercio attivo. E’ frequentissimo dal 200 in poi, il caso di privilegi concessi a prestatori singoli o a compagnie di prestatori di aprire sulla pubblica piazza un banco di prestiti, su pegno o, anche, più raramente su carta, per un tempo determinato e a determinate condizioni. Per lo più questi prestatori autorizzati, privilegiati o condotti, sono forestieri, sia perché la deroga alle leggi proibitive è concessa più facilmente ad un estraneo che a un cittadino, sia soprattutto perché fra i cittadini non v’è abbondanza di persone che abbiano larghe disponibilità di denaro: sono per lo più toscani nelle marche, nel lazio, nell’Italia meridionale, nel Friuli; sono toscani, lombardi, caorsini in Francia, nei paesi bassi, in Inghilterra; sono finalmente ebrei un po’ dappertutto, specialmente dove manchino altri prestatori o dove si voglia porre un freno alle loro pretese eccessive. Per questi prestatori autorizzati il tasso d’interesse è pubblicamente fissato, o dal privilegio che è loro concesso dalle autorità locali, oppure dagli statuti stessi del comune. Nella misura di questo tasso legale si notano da luogo a luogo d’anno ad anno differenza assai forti: così, ad esempio, Filippo Augusto di Francia non concede agli ebrei di esigere più del 10% all’anno; invece, poco dopo Filippo il Bello eleva il tasso al 20%; e press’a poco negli stessi anni l’imperatore Ludovico il Bavero concede ai borghesi di Francoforte che essi non possono pagare interessi superiori al 22%. Invece, nella stessa città un secolo e mezzo più tardi, i prestatori ebrei reclamano l’interesse del 32%. Federico II, per il regno di Sicilia impone agli ebrei di non esigere più del 10%; il comune di Verona nel 1228, fissa il tasso legale del 12%, quello di Genova del 15%. Ma in realtà, tolto il caso di grandi centri commerciali, come Genova, Firenze e Venezia, anche il tasso del 15% risulta alle autorità stesse troppo basso perché esso incoraggi l’esercizio effettivo dei piccoli prestiti.

L'”usu senese”, a cui si richiamano varie fonti toscane, era di quattro denari per libra al mese: e da quattro a sei denari mensili per libra (dal 20% al 30% all’anno) varia appunto il tasso legale fissato dalla maggior parte degli statuti cittadini della metà del 200 e di tutto il 300. A Padova, ad esempio, uno statuto del 1263 fissava il 20% per i prestiti su pegno, il 30% senza pegno; e quando nel 1415, Venezia, dopo l’acquisto della terra ferma, vuole imporre un interesse massimo del 12%, non si trova nessuno che voglia prestare a quelle condizioni. La stessa misura del 30% si trova negli statuti di Sassari e di Cuneo; mentre quelli di Chieri e D’Ivrea limitano l’interesse al 20%. Gli esempi si potrebbero moltiplicare ed indurrebbero tutti alla stessa conclusione che il tasso legale più comune è quello del 30%; conclusione affermata anche dalle numerose notizie che ci son rimaste sul così detto “interesse di mora”, sull’interesse cioè che era lecito esigere dal debitore che non avesse restituito alla scadenza la somma mutuatagli gratuitamente, e che era fissato appunto, nella maggior parte dei casi, nella misura di 6 denari per libra al mese. E del resto, pare, per quanto si debba giudicare da scarsi indizi, che la stessa misura regolasse anche il così detto dono che il mutuante conteggiava nel suo mutuo gratuito, e che era considerato dovunque come legittimo o almeno tollerato.

Inferiori invece a questi tassi legali sono gli interessi che esigono nelle maggiori città commerciali i mercanti, che non sono pubblici “usurai” ma impiegano spesso e volentieri una parte dei loro capitali in mutui di natura molto varia. Da un quaderno di memorie di una ditta commerciale di Firenze si è rilevato che sui mutui da essa concessi fra il 1327 ed il 1338 l’interesse riscosso variò dal 7% al 15% all’anno. Ma se nella loro città i mercanti toscani dovevano essere modesti nella misura degl’interessi, essi potevano rifarsi all’estero dove la posizione di monopolio permetteva loro di essere assai più esigenti, arrivando al 40% al 50% e talvolta anche all’80%. Diversa è la situazione della terza categoria di mutui, a cui in senso largo si può dare il nome di commerciali, e in cui l’elemento prevalente è il rischio, ossia la partecipazione indiretta agli utili o alle perdite dell’impresa. Fra questi alcuni hanno la forma vera e propria del mutuo, altri ne hanno la sostanza, sebbene rivestano la forma dei contratti di commenda, di colleganza, di società, di assicurazione e così via. L’elemento che serve a determinare il carattere feneratizio di questi contratti, per cui un capitalista finanzia una impresa industriale o commerciale, è la misura prestabilita dell’interesse, al quale varia naturalmente a seconda del rischio: minima per le anticipazioni che singoli soci fanno alla loro società oltre alla loro quota sociale, per le quali si fissavano interessi variabili dal 5% al 6%, massima per il femus nauticum, in cui spesso si superava il 30%.

Ma questa forma sebbene abbia radici nel mondo medievale, appartiene ad una attività sempre più schiettamente capitalistica, sottratta ad ogni regolamentazione e preludente allo sviluppo dell’economia moderna. In Italia, la legge n° 108 del 07/03/1996 stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto ed al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria. Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito.

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